• Ilena Li Mura

Sul cibo e i nostri fantasmi.

Aggiornato il: 20 nov 2020

Quando diamo da mangiare alle paure.


Malcolm: Se potessi cambiare qualcosa nella tua vita cosa sarebbe?


Cole: Invece che dire cose che voglio può essere una cosa che non voglio?


Malcolm: D'accordo.


Cole: Non voglio avere più paura.


Vi ricordate il film “Il sesto senso”?

Cole, 9 anni, vede la gente morta. E ha paura.

Vi ricordate il finale?

Cole smette di avere paura quando inizia a stare con i suoi fantasmi, a parlare con loro, ad ascoltarli.


Vidi questo film molti anni fa e mi colpì molto.

Mi fece riflettere sul perché delle nostre paure e del modo in cui reagiamo ad esse.

Si perché, di fatto, quando abbiamo paura… reagiamo.


In fisiologia la chiamano fight-or-flight, letteralmente “combatti o fuggi”.

E’ la reazione di attacco o fuga (o reazione acuta da stress) che permette a tutti gli animali, uomo compreso, di rispondere a una minaccia, percepita o reale, con una scarica generale del sistema nervoso simpatico, preparandoli al combattimento o alla fuga.


Ma cosa c’entra tutto questo con il cibo?

Uno stress fisico e uno stress emotivo sono molto diversi, ma la reazione del nostro corpo è la stessa.

Perché?

Perché si tratta di un meccanismo ancestrale e istintivo, funzionale alla nostra sopravvivenza.


Cosa succede se questa reazione diventa disfunzionale, vale a dire non adeguata al contesto in cui viene messa in atto?

Ci crea un ulteriore disagio, anziché risolvere il problema.


Vi è mai capitato di mangiare in risposta a uno stato d’animo negativo?

Rabbia, paura, delusione, frustrazione, noia, ansia, paura.


Sono i nostri fantasmi, di ogni giorno.


E se provassimo a sostituire la reazione con la relazione?

Se invece di rispondere a quella preoccupazione con i biscotti presi la sera prima, al rientro dal lavoro, stanchi e appesantiti, provassimo a stare con quella preoccupazione?

A farla entrare.

A farle delle domande.

A chiederle il perché è con noi, cosa vuole dirci, cosa vuole farci vedere.


Cosa guadagneremmo?

Uno spazio di consapevolezza.


Cosa troveremmo?

Noi stessi, sotto una luce inedita.


E poi quel biscotto forse neanche ci piace davvero.

Ilena Egle Astrid Li Mura



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